Il pianeta Terra è in pericolo di vita. Dal 30 novembre a Parigi, in occasione della 21° Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si riuniranno più di 190 governi da tutto il mondo per affrontare insieme il dramma dell'inquinamento, e non saranno certo le parole di circostanza a riportare la Terra in salute. Affinché ci sia il 50% di possibilità che l'aumento delle temperature non superi il 2% dal livello pre-industriale al 2030, le emissioni di diossido di carbonio dovrebbero scendere entro quella data, dai 50 miliardi di tonnellate all'anno attuali, ai 36 miliardi. Persino nel caso in cui tutti i 154 Paesi che finora hanno preso degli impegni formali li rispettino interamente, le emissioni raggiungerebbero i 55/60 miliardi all'anno entro il 2030. E, per citare un solo caso emblematico, lo scioglimento dei ghiacci dell'Artico minaccia di alzare il livello dei mari di 7 metri. Sarà, quindi, un evento di un'importanza cruciale. Basti pensare che gli organizzatori si aspettano almeno 50000 partecipanti, inclusi 25000 delegati ufficiali dai governi, dalle organizzazioni intergovernative, dalle agenzie ONU e dalla società civile. Dovrebbe anche essere l’undicesima conferenza delle parti del protocollo di Kyoto, che dal 1997 ha visto però ben scarsi risultati e le cui dichiarazioni sono state spesso disattese dai governi.

 

L'ambiente e i problemi climatici non conoscono confini; non è ammissibile che governi nazionali concepiscano la COP21 come uno scontro che avrà vincitori e vinti: se perderemo, saremo tutti noi cittadini del mondo a perdere. Per fermare la "Febbre del pianeta" e i pericoli a essa connessi, dunque, è necessario un accordo mondiale per l'ambiente che sia davvero vincolante per gli Stati: serve una cooperazione tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo per permettere un'equa ripartizione dei costi del superamento delle risorse fossili, è necessario istituire una Organizzazione Mondiale per l'Ambiente, che sia dotata di risorse proprie, così da poter rilanciare lo sviluppo sostenibile e affrontare le emergenze ambientali, ed è necessaria, qui e ora, una carbon-tax a livello sovranazionale.

Per iniziare a superare gli egoismi degli Stati e la loro miopia nell'affrontare questa grave problematica, dopo venti COP senza risultati, gli Europei hanno una responsabilità storica e politica nell’indicare la via da seguire. Oggi l'Ue, nonostante rappresenti parte del continente più sensibile ai problemi ambientali e sia un modello unico di integrazione politica tra Stati, non è in grado di proporre una soluzione condivisa a causa delle sue divisioni interne. Occorre una politica energetica e una politica estera unica per poter aver credibilità e presentare un modello di "green new deal" al mondo. Per far questo, serve il completamento del processo di integrazione europea: solo con gli Stati Uniti d'Europa, potremo aver voce in capitolo nello scenario politico internazionale e rappresentare un modello di istituzione sovranazionale efficace, che possa poi portare ad un mondo veramente unito nella diversità, in cui l'affrontare i problemi dovrà portare maggiore coesione e collaborazione e non contrasti e divisioni.

 

Qui si può leggere il comunicato JEF sull'argomento.