Europa e immigrazione. Una politica unica per abbattere le barriere

E' questo il titolo del dibattito che, come federalisti europei, organizziamo il 7 novembre, dalle 16 alle 19, al Dopolavoro Ferroviario di Piazza Cesare Battista 23 a Ventimiglia sulla questione migranti (l’ingresso è libero). Non ci saranno solo i federalisti Lorenzo Viale del MFE-Ventimiglia, Simone Fissolo presidente della GFE e Alfonso Sabatino di AICCRE (Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa): dialogheremo anche con Enrico Ioculano sindaco di Ventimiglia, Massimo Artini (Deputato e Vicepresidente della Commissione Difesa), Paolo Beni (Deputato e membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione), Brando Benifei (Europarlamentare e membro del Gruppo Spinelli), Francesca Mercanti individual member del partito europeo ALDE, Michael Caillouet per l’associazione Common Borders e Walter Massa per l'Arci.

Perché, quindi, un evento di questo genere proprio a Ventimiglia, la città che quest’estate ha visto alcuni episodi drammatici, come il tentativo da parte dei migranti di forzare il confine con la Francia?

Per molte ragioni. Prima fra tutti: la guerra è una realtà su tutti i confini periferici dell’Europa, la pressione di migranti ne è la conseguenza logica e non la si può evitare. La si può solo gestire. E non la si gestisce certo coi balbettii e gli imbarazzi dei nostri piccoli Stati nazionali, ma con una strategia unitaria europea. Ciò che potrebbe fare compiutamente solo la federazione europea che ci manca. Al momento presente, invece, prevale il logoro metodo intergovernativo: ogni paese può decidere o meno di dare il suo contributo ad un problema globale.

Non si tratta, quindi, di accogliere tutti o di non accogliere nessuno: si tratta di prendere atto di quali istituzioni possano e debbano regolare una situazione globale critica. Può piacere o non piacere, ma i confini nazionali sono anacronistici di fronte a un problema che è europeo e mondiale: sono solo compartimenti stagni di carta. Di fronte ad un’emergenza di queste dimensioni, senza filtri e senza gestioni incrociate, crolleranno comunque.

Seconda ragione di un dibattito a Ventimiglia. La popolazione giovane in arrivo può anche essere una risorsa in un Continente anziano come il nostro. Ed è una popolazione che, a tratti, mostra di avere una coscienza della terra promessa ben superiore a chi la abita: nei giorni della lunga marcia dall’Ungheria alla Germania, a fine estate, è circolata la foto dei rifugiati siriani che sventolavano la bandiera dell’Unione Europea. Come dire che questo, pur con tutte le sue pecche, è ancora un continente di democrazia e di pace.

Ultima ma non ultima ragione… È vero, tutti noi siamo istintivamente diffidenti di fronte al nuovo arrivato: il nuovo vicino, il nuovo collega d’ufficio, il nuovo abitante del Paese. Poi ci accorgiamo che ha paura come noi, ha aspirazioni come noi, ha quella stessa espressione di dolore, davanti alla perdita di un congiunto, che abbiamo noi. In uno scenario che ormai è globale, dobbiamo iniziare a fare i conti anche con la sua sofferenza. E questo ci fa tornare in mente – oggi a Ventimiglia, l’estate scorsa a Budapest e il 3 ottobre 2013 a Lampedusa – quello che scrisse il poeta inglese John Donne quasi quattro secoli fa: …non mandare mai a chiedere per chi suona la campana / essa suona per te.

 

Tutti a Ventimiglia il 7 novembre!

#FedEu4Migration

 Articolo di Marco Giacinto.

Immagine in alto: la tragedia non si ferma col confine, ma con le strategie globaliTg24 SkySeconda immagine: locandina dell’evento di Ventimiglia del 7 novembre