Il 6 giugno, in seguito al vertice europeo dei ministri dell’Interno, è virtualmente fallito il progetto di riforma del Regolamento di Dublino III. Tre giorni dopo la nave Aquarius (appartenente alla ONG SOS Méditerranée), con a bordo 629 migranti tutti provenienti dalle coste libiche, si vedeva interdetta la possibilità di far sbarcare i suoi passeggeri sulle coste italiane a seguito di una discussa decisione del neo-ministro Matteo Salvini. Al momento della stesura di questo articolo la nave si sta dirigendo verso il porto di Valencia dove il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez si è detto disposto ad accoglierla, mentre altri 232 migranti sono potuti sbarcare a Reggio Calabria da un’altra imbarcazione solo dopo lunghe trattative. I due avvenimenti, cioè il fallimento della suddetta riforma e la decisione del ministro Salvini (con tanto di crisi diplomatica fra Italia e Malta, la quale ha rifiutato a sua volta di far sbarcare Aquarius sulle proprie coste) sono due fatti che presi insieme raccontano di una situazione politica che coinvolge tutti i paesi europei. 

Questa situazione ha le sue ragioni profonde nella pericolante architettura delle istituzioni europee, le quali oltre ad essere strutturalmente precarie sono oggi minacciate dal perdurare di un certo sentimento anti-europeista che negli ultimi anni è andato diffondendosi in tutta Europa. A proposito di tale diffuso sentimento, va ribadito che ciò che minaccia le fondamenta dell’Unione Europea e ostacola di continuo la possibilità di riformarla in positivo non è il flusso di migranti dai paesi del Terzo Mondo, ma il suo intrinseco deficit democratico e la sua contorta architettura istituzionale, che ne limitano fortemente l’efficacia e democraticità delle decisioni politiche. Quello che è successo e sta succedendo va dunque letto a partire da un ordine di problemi superiore rispetto a quello che traspare dalla cronaca dei quotidiani.

Nave Aquarius con migranti
La nave Aquarius con a bordo centinaia di migranti che arriveranno in Spagna

Bisogna allora ricordare che il più importante documento di carattere legislativo a livello europeo sulle domande di asilo di migranti provenienti da Paesi extra-UE ad oggi è il già citato Regolamento di Dublino III (Reg. 604/2013), la terza reincarnazione della cosiddetta Convenzione di Dublino. Questo regolamento prevede (fra molte altre cose) che le domande di asilo siano obbligatoriamente prese in carico, insieme a tutto il sistema di prima accoglienza, dallo Stato membro in cui il migrante sbarca per la prima volta. Come è noto, in seguito ad un aumento massiccio dei flussi migratori provenienti dall’Africa negli scorsi anni, questo meccanismo ha messo in crisi i sistemi di accoglienza dei Paesi mediterranei, fra cui quello italiano. Quella che inizialmente veniva descritta come un’emergenza infatti ha finito per diventare una delle questioni più pressanti nella vita delle democrazie mediterranee (e non solo), questione che ad oggi ha trovato solo una parziale attenuazione nel nostro Paese grazie ad un accordo bilaterale fra Italia e Libia (il principale Paese da cui partono i migranti provenienti dal continente africano) firmato il 2 febbraio 2017. Il tema dell’immigrazione è divenuto quello intorno a cui si sono giocate intere campagne elettorali nazionali in più di uno Stato membro, e proprio a causa del Regolamento di Dublino III l’Unione Europea è stata bersaglio dei partiti definiti "populisti". 

Il punto è che chiunque critichi questo Regolamento ha buone ragioni per farlo. Il meccanismo che impone, infatti, appare anche a prima vista profondamente disequilibrato, se non ingiusto, per diversi motivi, primo dei quali il fatto che il richiedente asilo non per forza desidera rimanere nel Paese di arrivo. Questo può sembrare un argomento di scarsa rilevanza, ma vicende come quelle svoltesi a Bardonecchia (al confine con la Francia) fra la fine di marzo e inizio aprile dimostra che gli Stati membri sono ben consci del fatto che molti migranti tentano spontaneamente di valicare i confini italiani, ma non sono ugualmente disposti a riconoscere che il rifiuto di gestire il problema a partire da una prospettiva comune può provocare sia situazioni di agitazione e violenza, sia un certo risentimento che alimenta il consenso verso soggetti politici spesso fortemente critici dell’attuale assetto istituzionale europeo. Inoltre, gli Stati che si fanno carico dell’accoglienza devono sopportare oneri solo in minima parte coperti dai finanziamenti europei. Non si può ignorare poi la percezione di insicurezza, la difficoltà di integrare culture spesso molto differenti, le accertate situazioni di sfruttamento a cui vanno incontro i migranti quando alla prima accoglienza non segue un organico ed efficiente progetto di integrazione. Il punto chiave su cui ripensare l’approccio del Regolamento vigente è che le migrazioni non sono un fenomeno circoscritto né emergenziale, e gli Stati nazionali presi singolarmente non sono in grado di affrontarlo efficacemente. Emerge così con ancora più forza lo stridente contrasto fra un’Unione Europea che si vuole difensore delle libertà e dei diritti umani, e le politiche nazionali volte semplicemente a far calare il numero degli sbarchi ignorando le quotidiane situazioni di estrema sofferenza a cui i migranti sono sottoposti, dalle coste libiche alla Turchia. Quello delle migrazioni verso il continente europeo è un fenomeno da più parti riconosciuto come strutturale e comune ai Paesi che lo compongono a cui non si può rispondere con soluzioni emergenziali e dettate dagli interessi nazionali.
A maggior ragione dunque è doppiamente scandaloso che il vertice del 6 giugno abbia portato a un nulla di fatto: da una parte infatti è necessario che il Regolamento sia rivisto; dall’altra, la riforma proposta e su cui non si è giunti a un accordo non risolveva affatto i problemi del quadro attuale. Già Commissione Europea e Parlamento Europeo avevano proposto, nel corso del 2017, due riforme. La prima proponeva che la ridistribuzione delle domande di asilo, tenendo conto in parti uguali del PIL e della popolazione del paese di accoglienza (50% e 50%) nel determinare le quote di migranti “accoglibili”, scattasse in automatico quando si fosse superata la soglia del 150% rispetto alle quote stabilite. Inoltre, erano previste pesanti sanzioni ai Paesi che si fossero sottratti alla redistribuzione (250mila euro per ogni migrante rifiutato). Il PE invece in maniera decisamente più ambiziosa ha approvato la sostituzione del criterio del primo paese di accesso con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento obbligatorio per tutti i Paesi, a cui si aggiungeva l’introduzione di un principio che tenesse conto dei legami tra richiedente e Stato in cui volesse andare. 

Queste proposte sono però completamente ignorate in sede di Consiglio dell’UE. Il testo “di compromesso” presentato dunque dalla Bulgaria (a cui attualmente spetta la presidenza) si è rivelato persino peggiore di quello attuale, poiché prevedeva (fra altre cose) che la ridistribuzione dei migranti scattasse obbligatoriamente solo quando si fosse raggiunta una soglia del 180% mentre le sanzioni erano ridotte all’importo di 30mila euro. Non solo: raggiunta la soglia del 160% sarebbe scattata una redistribuzione ma solamente su base volontaria. Il che aggiungerebbe al danno la beffa, poiché è chiara l’assenza di volontà politica da parte di un consistente numero di Paesi membri di farsi carico del problema.

Questi avvenimenti dimostrano chiaramente l’impossibilità di poter decidere in maniera democratica e ragionevole all’interno dell’Unione. Non deve infatti sfuggire questo: al di là dei contenuti della riforma e nonostante l’organo più propriamente democratico dell’Unione Europea, il Parlamento, avesse a maggioranza espresso il proprio favore rispetto a un testo di riforma ambizioso, è nel Consiglio dell’Unione Europea che la riforma è andata in fumo. All’interno di quest’ultimo, infatti, nel caso di questioni ritenute sensibili dagli Stati membri è richiesto un voto all’unanimità, il che spesso e volentieri si traduce nell’impossibilità di condurre in porto riforme che siano sgradite a uno qualsiasi degli Stati membri. Non è possibile non cogliere le gravissime ferite che questo meccanismo e il generale inter-governativismo dei processi decisionali europei portano al corpo della democrazia europea. Ferite inguaribili fintantoché ci si opporrà a fare dell’Unione Europea un’istituzione veramente e strutturalmente democratica.

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